sabato 01 settembre 2007

Continua la saga del lavoro, finita la "Michelangelo", le navi russe e le americane, bisognava continuare a guadagnarsi la pagnotta. Che fare?
Quando le navi della ESSO furono finite, venni convocato dal Direttore della ditta americana che mi offrì un contratto di 5 anni: avrei dovuto trasferirmi in Arabia Saudita e, nella posizione di vice responsabile del Controllo Qualità, partecipare alla costruzione di una pipe-line che attraversava il deserto.
Anche se la paga offertami era munifica, declinai l’offerta, avevo in mente altri progetti, sposarmi per esempio. Trovai impiego presso una fabbrica di autogrù, in quel tempo la più importante in Italia. L’Azienda si era trasferita da poco nell’entroterra di Bolzaneto, era di medie dimensioni ed in piena espansione.
L’esame di ammissione, di fronte ai Titolari, era quello antico: - Scia parla zeneize? Ben, scia me tucche a man – (trad. – Parla genovese? Bene, mi dia la mano). Detto fatto, stretta di mano, sguardo negli occhi, assunto!
Per la prima volta abbandonai il settore tecnico e feci le prime esperienze in quello commerciale: avevo un diretto superiore, non molto colto ma furbo ed un collega d’ufficio, l’amico Gianni a cui sono molto affezionato e che mi è stato sempre vicino nei momenti di bisogno. Pensare che la nostra amicizia nacque proprio a causa dei maldestri tentativi del boss di metterci l’uno contro l’altro!
Ricordo gli anni trascorsi in questa Azienda come i più divertenti della mia vita, eppure lavoravo moltissimo: merito dei Titolari, una coppia di gemelli arricchitisi vendendo carbone, ed anche dei colleghi, persone competenti e con uno spirito di cameratismo veramente eccezionale e per l’ambiente stesso di lavoro. Una volta Gianni ed io ci accorgemmo che qualcuno andava a frugare nei cassetti delle nostre scrivanie: detto fatto inserii nella mia delle trappole per topi nascoste sotto dei fogli; Gianni fu più fine, riempì i cassetti di calzini e fazzoletti sporchi! Essendo nell’ambiente portuale, c’era la tendenza ad abbondare nelle bevande alcoliche, soprattutto se non pagate da noi!
La Ditta teneva, per l’eventualità di visite dei clienti, nell’ufficio dei Titolari, una bella serie di liquori di tutti i generi. Un giorno mi convocarono in Direzione e mi fu chiesto se avevo l’abitudine di bere, in tutta onestà risposi di no; mi vennero allora consegnate cerimoniosamente le chiavi dell’armadietto dei liquori e mi vennero date le istruzioni. Quei furboni dei miei colleghi iniziarono a fingere malattie strane per cui c’era sempre bisogno di un cicchetto.
Dopo qualche tempo, mi chiamò un Titolare dicendomi che non aveva digerito e che voleva bere qualcosa, con sincerità gli diedi la chiave e lui subito sbottò: - Anche Vuscia! (Anche lei!).- Probabilmente Giulio Cesare parlò così a Bruto mentre lo pugnalava: -Tu quoque Brute…-
Gli uffici erano sistemati su due piani ed il nostro era direttamente in cima alle scale, di fianco alla Direzione dove stavano i Titolari; un giorno mentre il nostro boss scendeva le scale, gli scappò un peto che venne amplificato dalla tromba delle scale, immediatamente si levò dal basso il commento di un collega simpaticissimo, che esclamo ad alta voce: - Se molla u ventu a l’è merda sccetta! (se molla il vento è merda schietta) –
Il nostro boss, soprannominato “u grixo” a causa dei capelli bianchi, si stava facendo costruire una pilotina in un cantiere di Savona, però si faceva fare tutti gli impianti di timoneria, argani ecc. in fabbrica da alcuni colleghi. Naturalmente diceva ai Titolari che prendeva un pezzo di tubo! Questi, che erano tutto fuorchè scemi, non facevano commenti, solo una volta quello amava venirsi a sedere nel nostro ufficio, che sembrava come modo di parlare il fratello di Govi, con aria noncurante disse a Gianni e a me: - Quanto ne costa a barca du Grixo! (quanto ci costa la barca del grigio!)–
Gianni ed io abitavamo a Pegli e, per risparmiare, andavamo in ufficio con una macchina sola a settimane alterne. Quando guidavo io arrivavamo in orario, con Gianni invece arrivavamo sempre in ritardo. Anche se facevamo sempre ore e ore non pagate, un giorno il Capo del Personale decise di farci una ramanzina, concludendo che avremmo dovuto marcare gli straordinari in modo che il rapporto fosse regolare.
Per combinazione dopo qualche tempo Gianni ed io andammo alla Fiera di Milano che allora durava due settimane. Logicamente marcammo un sacco di ore, veramente lavorate, incluse le cene serali con i clienti, come da accordi presi col Capo del Personale. Gli stipendi ci venivano pagati direttamente dai fratelli ed era una specie di cerimonia. Alla fine di quel mese, venimmo chiamati con un ruggito! Avevamo più ore di straordinario che stipendio!
I Titolari pensavano che avevamo fatto i furbi, invece dicemmo che era stato il Capo del Personale a dirci di segnare tutte le ore. Un altro ruggito convocò il Dirigente, vennero chieste spiegazioni e lui avallò la nostra versione! I Titolari erano imbarazzati, non volevano fargliela passare liscia ma non potevano dirgli qualcosa di impegnativo di fronte a noi, venne risolta con diplomazia, gli dissero: - Scia’ nun capisce ‘n belin! ( Lei non capisce un c….) –
Rimane celebre la frase che uno dei fratelli disse in occasione della distribuzione dei pacchi-dono a Natale: - Sarò conciso, verboso e di poche parole! – Parlerò ancora di questo ambiente simpatico in cui mi fermai per circa sei anni.
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