giovedì 12 luglio 2007

Quando finì il lavoro sulla “Michelangelo”, lavorai ancora per un paio di mesi in porto per la trasformazione di una nave tedesca ormeggiata presso le Officine Mariotti alla Chiappella, poi ritornai a Sestri perchè per sei mesi fui impegnato nei lavori di fine garanzia su delle navi russe costruite nel Cantiere di Sestri Ponente

Le relazioni tra il Cantiere e gli equipaggi erano molto cauti: i russi cercavano di familiarizzare e di fare propaganda, eravamo ancora in piena guerra fredda e nei rapporti con gli equipaggi il Cantiere invece teneva le distanze per non essere strumentalizzato.
Gli ufficiali russi (tra cui delle donne) erano molto specializzati, per cui a volte per scoprire l’origine di un problema bisognava fare un consulto come all’ospedale! Ricordo che c’era una malfunzione in una boccola montata sull’asse di un motore della centrale di condizionamento, si surriscaldava senza ragione, i russi l’avevano smontata e lubrificata già parecchie volte ma senza risultato. Erano seccati! Non sapevo che fare finchè non mi venne l’idea di convocare un vecchio caposquadra appena pensionato.
Arrivò claudicante, venne subito guardato con aria di sufficienza dagli ufficiali, chiese un cacciavite, si chinò, ne posò la punta sulla grossa boccola e appoggiò l’orecchio al manico. Lo usava come uno stetoscopio!
Stette un quarto d’ora chino sul pezzo, poi chiese un gessetto e segnò una crocetta sulla copertura. La fece smontare, andò col dito a cercare qualcosa in corrispondenza della crocetta, lo trovò: un piccolissimo truciolo di lavorazione al tornio era rimasto incastrato, un colpetto di cacciavite, rimontaggio, problema risolto! Era una imperfezione infinitesimale!
Da quel momento i russi lo trattarono come un principe, gli facevano vedere anche problemi al di fuori dell’impianto di condizionamento! Ho sempre pensato che una abilità generale come quella dei nostri tecnici sia di gran lunga superiore a quella di una estrema specializzazione come è d’uso in America o in Russia.
Diventai amico del Comandante di una di queste navi, tutte le sere, finito il lavoro, andavo nella sua cabina e mangiavamo caviale da una grossa latta, con burro giallissimo e pane nero, il tutto innaffiato da wodka a sguazzo! Il Comandante era uno di quegli spiriti liberi che a volte si trovano; non era particolarmente affine al suo regime e non poteva sopportare il Commissario Politico, un mongolo, che era sempre nei piedi! Tanto che decidemmo di giocargli uno scherzo. Avevo il passpartout per tutte le cabine per controllare le temperature ed avevo notato che nella cabina del Commissario, equiparato al Comandante, c’era appesa una bella foto di Stalin.
Alcuni giorni prima di partire, presi le misure della foto di Stalin, poi la mattina della partenza sostituii rapidamente la foto con quella del Cardinal Siri, benedicente! Avvisai il Comandante che mi strizzo’ l’occhio, salparono, non so come finì.
Finiti i lavori sulle navi russe, fui spostato all’ufficio di Genova, in piazza della Vittoria, sullo stesso piano dell’abitazione di Gilberto Govi, che incontrai diverse volte in ascensore. Il lavoro iniziava a scarseggiare, eravamo verso la fine degli anni ’60, la ditta, che era milanese, decise di chiudere l’ufficio di Genova. Fui lasciato a casa.
Nel frattempo il Cantiere di Sestri aveva acquisito dalla Esso una nuova importante commessa: due navi per il trasporto del metano allo stato liquido dall’Algeria all’Italia! Per far ciò occorreva una nuova tecnologia americana, perciò la parte delle cisterne fu affidata ad una ditta americana multinazionale. Questa azienda iniziò ad assumere personale e riuscii ad entrare nel Controllo Qualità.
Ebbi modo di apprezzare l’organizzazione americana: mi fecero due mesi di corso dove mi insegnarono a saldare la lega leggera ad arco sommerso nonché a scalpellare e molare l’alluminio. Poi mi insegnarono a controllare le saldature con il liquido penetrante, i raggi X e gli ultrasuoni, operazione importantissima perchè il gas veniva trasportato a -270 gradi: se mollava una saldatura il gas a contatto con l’aria si sarebbe espanso come una bomba all’idrogeno!
Finito il corso di qualificazione, venni inserito nel turno di giorno in salderia, dove operavano un paio di centinaia di saldatori. Il mio compito era di controllare le saldature e le finiture dei pannelli prefabbricati, presentarli ai Registri Navali per le ispezioni e provvedere ad eventuali riparazioni, dopodichè inviare i pannelli a bordo per il montaggio. Il lavoro era piuttosto duro: dovevo passare ore inginocchiato o chinato a fare i controlli, in più i lampi delle saldatrici mi hanno intaccato le cornee tanto che da 40 anni non ho gli occhi limpidi. Non ci fu riconosciuta nessuna malattia professionale! Potenza del dollaro!
Dopo 6 mesi venni passato al turno di notte, meno affannarsi ma maggior incidenza dei lampi sugli occhi: ogni turno dovevo andare almeno una volta in infermeria a farmi mettere del collirio speciale. Passai anche dalla salderia al montaggio a bordo: non era semplice, camminare a 40 metri di altezza su una tavola esposta alle raffiche di tramontana e magari rifinire un lavoro con lo scalpello pneumatico, pesantissimo! In sostanza consumavo una tuta e un paio di guanti ogni mese.
Una notte prese fuoco una baracca di plastica nel fondo del bacino dove era costruita la nave: immediatamente furono fatti sbarcare tutti gli operai dalla nave e fu fatta una rapida conta, dal mio gruppo mancava un uomo! Immediatamente mi coprii con una coperta di amianto e scesi nella zona dell’incendio innaffiato abbondantemente dai getti d’acqua delle manichette dei pompieri, dentro non c’era nessuno.
Ritornai nel piazzale e incontrai lo scomparso che mi chiese cosa succedeva! Era andato al gabinetto! Per poco non gli misi le mani addosso! Dovetti andare all’ospedale per un controllo perchè avevo inalato il fumo, oleoso e sgradevole, causato dalla combustione della plastica, ne ebbi disturbi per oltre una settimana.
Da allora mi nacque un sesto senso per gli incendi, non appena se ne sviluppava uno piombavo sul posto con un estintore. Quando finì il contratto, mi venne offerto di trasferirmi con la società nel deserto dell’Arabia Saudita per costruire un oleodotto, l’offerta era allettante, ma declinai, avevo altri programmi.
hyeracon |