lunedì 25 giugno 2007
Dal 1940 al 1943 le flotte inglesi e francesi bombardarono frequentemente Genova, sia dal cielo sia dal mare, la gente era spaventata e doveva in qualche modo mettersi al riparo dalle incursioni, che erano preavvisate dal suono lacerante delle sirene
Ero troppo piccolo per capire queste cose, ma subivo le reazioni dei grandi. Al suono della sirena venivo prelevato e portato di corsa in cantina, dove si ritrovava tutto il condominio; ricordo che c’era un condomino anziano, andato fuori di testa, che in un angolo scavava col piccone dicendo che era sicuro che c’erano dei diamanti…
…Ricordo a sprazzi le immagini della cantina: la casa dove abitavo aveva due ingressi e le cantine di entrambe le ali del palazzo erano unite da un piccolo oscuro corridoio; ogni appartamento aveva un suo locale in cui erano tenuti mobili da usarsi durante gli allarmi: seggiole, poltrone pieghevoli, brande. Era un via vai di gente che bisbigliava, come se gli aerei o le navi avessero potuto sentire le voci!
Le donne generalmente facevano la maglia e badavano ai bambini, i pochi uomini si curavano dei lavori pesanti. In quel periodo la mia famiglia, zie materne incluse, si trasferì ad abitare in un appartamento di proprietà del miglior amico di mio padre, che chiamavo zio Corrado; il locale, molto ampio e signorile, era ubicato nei Villini Nuovi, vicino alla galleria-rifugio scavata sotto una collina.
In quest’appartamento vivevamo in 10: la mia famiglia, le zie, la famiglia proprietaria ed anche due parenti loro. Essendo piccolo, intorno ai 4 anni, facevo i capricci perchè non volevo bere il latte. Ricordo che papà mi diceva che avremmo fatto un dispetto a zio Corrado che usava il latte per farsi la barba: metteva il latte nella ciotola dove si insaponava il pennello e me lo faceva bere di corsa. Zio Corrado faceva poi la manfrina di cercare il latte per farsi la barba…Beata ingenuità!
Questa galleria aveva due accessi: uno da villa Doria e l’altro da viale della Pineta. Una buona parte della popolazione di Pegli si trasferiva in galleria non appena suonavano le sirene d’allarme. Papà aveva costruito un lettino smontabile che era compito della mamma portare in galleria; io venivo infilato in un sacco munito di due bretelle, tipo zaino e trasportato da papà in quel modo.
Ricordo tre fatti: una notte mentre si correva verso la galleria, un aereo inglese buttò un bengala che illuminò a giorno la vallata e vidi tutta la gente che correva, ricordo ancora la luce livida vista con gli occhi di bambino e quando si spense gridai:- Ancoa, ancoa!!!!-
Il secondo fatto si riferisce ad un professore amico di famiglia; l’allarme lo beccò mentre era tutto vestito di bianco e, appena entrato in galleria, al buio naturalmente, scivolò su un mucchio di escrementi e per tutta la durata dell’allarme venne esiliato a distanza dagli altri rifugiati. A causa della tensione per il possibile bombardamento e per questo fatto, scoppiò alla mamma un attacco di ilarità che si propagò per tutta la galleria. Credo che siano state le ore più allegre del periodo di guerra.
Il terzo ricordo, verso la fine della guerra è l’espressione terrorizzata della mamma quando corse fuori a riprendermi perchè ero scappato a vedere le fortezze volanti che sorvolavano Pegli, mi bruciano ancora i due schiaffi che mi diede.
Un’altra immagine, che spesso torna alla mia mente, è quell’elmetto tedesco che trovai per terra sul piazzale di Villa Doria: aveva un foro di lato e dentro era sporco di sangue e di cervello del malcapitato. Avrei voluto portarmelo a casa ma mio padre rifiutò decisamente. Piccoli quadri di vita sepolti nella memoria di un bambino.
hyeracon |