giovedì 21 giugno 2007
Sino alla fine della guerra, l'accesso al mare era vietato, per ragioni militari ed anche di pericolo; dopo iniziai ad avere i primi contatti con quel mondo enorme e sconosciuto che è il mare

Appena finita la guerra, papà acquistò una lancetta di circa 3,5 m. con fasciame all’inglese. La domenica mattina andava a “purpezzà” (pescare i polpi) all’alba, poi, intorno alle 9 circa, lo raggiungevo con la focaccia ancora calda, il giornale ed una bottiglia d’acqua e restavo in barca con lui fino a mezzogiorno, ora in cui si tornava felici a casa.
Il babbo usava l’arpetta (detta anche ancoretta) dipinta di bianco con la gritta (piccolo granchio), oppure la zampa di pollo come esca; per me aveva preparato un bolentino a 2 ami e come esca usavo vermi d’acqua (tremuise) che si trovavano vicino a Voltri in blocchi di sabbia sommersi pieni di gallerie.
Si pescava sempre qualcosa e non ricordo di essere mai tornato a casa col secchiello vuoto. Mio padre teneva in barca un coltello a serramanico che gli serviva per vari usi, tra cui staccare muscoli e patelle che erano abbarbicati agli scogli sommersi; allora erano una delizia, molto accessibili e soprattutto sani.
Un giorno, mentre si pescava non distante da riva, papà agganciò un polpo che faceva una gran resistenza e alla fine riuscì a gettarlo in barca. Era enorme! Di colore rossastro, appena a bordo si allargò come una grande stella marina con i tentacoli più lunghi della larghezza barca ed io, gridando dalla paura, mi gettai in acqua.
Il povero papà non sapeva che fare: io nuotavo come un pesce ma ammazzare il polpo e nel frattempo tenermi d’occhio era impossibile. Impugnò il coltello ed inchiodò il polpo sul paiolo, poi venne a raggiungermi in acqua e, nuotando, spingemmo la barca fino alla spiaggia.
Intervenne un vecchio pescatore che provvide all’esecuzione dell’animale preannunciando che sarebbe stato duro da mangiare in quanto era una femmina!
Questo episodio mi torna spesso alla mente come una fotografia: il polpo, morto, era alto quanto me! Una diecina d’anni dopo mi capitò di catturare, anzi, di essere catturato da un piccolo polpo: stavo entrando in acqua dalla spiaggetta della Rari Nantes e avanzavo verso il largo; il fondale era composto da pietre e piccoli massi e, ad un tratto, misi il piede su qualcosa di morbido che mi si avvinghiò al piede ed alla caviglia.
Subito rimasi bloccato, poi facendo forza riusci a smuovere il pietrone che portai a terra insieme al polpo che vi era attaccato. Quello era tenero! Un’altra volta, per fare lo spiritoso con le amiche, mi andai a sedere su un fondale alla profondità di circa 3 metri: purtroppo non vidi un faulo (grosso granchio da fondo) che, credendosi attaccato, non esitò a piantarmi una chela nella chiappa.
Riuscii a non bere e nuotai subito a terra dove un bagnino pietoso mi liberò, tra i lazzi degli amici. Porto ancora quella cicatrice. Negli ultimi giorni di guerra e subito dopo, il cibo mancava e tutti si arrangiavano.
Ricordo che alcuni gettavano le bombe in mare e dopo lo scoppio una gran quantità di pesci venivano a galla a causa della vescica natatoria distrutta dalla pressione dello scoppio. Ricordo ancora come preparavano le bombe: allora la gassosa, bevanda dissetante, veniva venduta in bottigliette contenenti una biglia di vetro; durante il riempimento in fabbrica, la pressione del gas spingeva la biglia di vetro entro il collo della bottiglia che veniva così sigillata. Bevendo, il livello di galleggiamento della biglia calava ed il liquido fuoriusciva facilmente.
Si ricuperavano le bottiglie vuote e ci s’infilava del carburo di acetilene (che si usava anche per alimentare le lampade in mancanza di corrente elettrica), poi si gettavano in acqua. L’acqua salata entrava e la biglia saliva fino a bloccare il collo della bottiglia. L’acqua salata, a contatto col carburo sviluppava un gas la cui pressione faceva poi scoppiare la bottiglia.
Purtroppo molte persone, esercitando questo brutto mestiere, ci rimisero una mano ed un occhio. Quei giorni passati in mare a pescare con papà rimangono tra i ricordi più cari della mia vita, dopo la gran tragedia della guerra.
hyeracon |