giovedì 14 giugno 2007
Nel 1944 avevo 4 anni, con l'armistizio la situazione in Italia divenne caotica e molti cercarono di mettersi in salvo. Continuano i "flash-back" che raccontano alcuni ricordi di quel periodo così tormentato, che hanno lasciato tracce indelebili nella mia memoria
Intraprendere viaggi è sempre stato il destino della mia vita: nel 1944 papà decise di sfollare con la famiglia nell’entroterra, al di là dell’Appenino, esattamente a Prasco, un piccolo paese in provincia di Alessandria, dove suo zio Attilio era capostazione.
Con lo zio di papà abitava anche la bisnonna Laudomia, una cara vecchietta che la notte mi ospitava nel suo letto e che una mattina, non si svegliò. Prasco era un paesino di campagna, abitavamo nel casello attiguo alla stazione e si passava molto tempo insieme in quanto di treni ne passavano ben pochi.
Lo zio Attilio mi portava in stazione e mi faceva manovrare gli scambi insieme con lui, questo era il mio gran divertimento. Papà e mamma ogni tanto cercavano di stare un pò insieme da soli e chiedevano alla bisnonna se mi teneva lei; da arguta toscana rispondeva: - Trulli trulli, chi se li fa se li trastulli! –
Anche Prasco divenne un luogo insicuro a causa delle scaramucce tra tedeschi e partigiani, papà allora decise che ci spostassimo tutti nel paese di origine della famiglia, a Soresina, in provincia di Cremona, dove vivevano dei cugini e dove papà aveva ereditato, assieme allo zio, una casa colonica situata sulla via principale.
Il viaggio fu da incubo: un cugino di papà ci procurò un passaggio su un camion telonato e la famiglia con tutte le appendici di zie ecc. s’imbarcò. Le strade erano piene di gente in fuga che andava e veniva, ricordo chiaramente il ponte di barche sul Po che valicammo di notte, di giorno c’era il rischio di essere mitragliati.
Giunti finalmente a Soresina ci sistemammo tutti nella nostra casa che aveva una forma quadrata: sulla via principale due piani abitativi e una porta carraia, ai lati ampi porticati pieni di roba vecchia ed in fondo, un muro di chiusura con un’altra porta carraia sfociava in una stradina di campagna.
A Soresina abitava un altro zio di papà che allevava cavalli, ricordo sempre che aveva un bellissimo calesse e che mi portava spesso insieme a lui in giro, seduto, fierissimo, in cassetta. Ricordo anche che il parroco mi permetteva di suonare la campana piccola all’Angelus.
La casa era fredda e per riscaldare i letti, che erano altissimi da terra, si usava “il prete”, che era uno scaldino ripieno di braci. Mi viene ancora l’acquolina in bocca a pensare al “bussolano”, il dolce locale, che aveva il gusto del burro genuino.
Quando iniziai a lavorare e a girare l’Italia, ogni volta che passavo da quelle parti mi procuravo il dolce e lo portavo a casa, rendendo felice tutta la famiglia.
hyeracon |